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Storie di traduttrici

Storie di traduttrici - Partiamo da qui, con calma e pazienza
Simonetta

Partiamo da qui

Si ha la fortuna, a volte, di fare nella vita il lavoro che ci appassiona, che ci siamo immaginati fin da quando eravamo piccoli e che ci veste come un abito di ottima fattura.

Penso di essere sempre stata traduttrice “dentro”.

Sia chiaro: da bambina non sapevo nemmeno cosa fossero i traduttori. Ma i libri, la scrittura, le lingue, le parole hanno sempre esercitato su di me un fascino irresistibile.

Per la promozione all’esame di terza media, chiesi a mio nonno, latinista per diletto, di regalarmi un dizionario etimologico. Una nerd, si potrebbe pensare.

Tutt’altro. Ero piuttosto vivace, molto curiosa e interessata a capire che cosa si portano dentro le parole e perché.

La strada di traduttrice in senso stretto l’ho intrapresa solo parecchi anni dopo, trovando il coraggio, o perdendo il senno come dicono alcuni miei amici, di lasciare la certezza di un lavoro da dipendente per spiccare il salto verso la “sicura incertezza” del lavoratore autonomo.

Forte dei miei studi linguistici, della formazione come traduttrice e di una buona dose di umiltà e disponibilità a imparare, ho intrapreso il cammino che mi ha portato qui oggi, a distanza di venticinque anni da quella decisione.

La volontà di raccontarmi, e di vincere la mia naturale ritrosia a farlo, nasce dall’intento di far capire, a chi di traduzione non vive ma se ne deve servire, che cosa sta dietro al lavoro di un traduttore, e cosa ci si dovrebbe aspettare quando ci si avvale di un servizio di traduzione.

Il fortunato incontro professionale con un ingegnere, che per molto tempo sarebbe stato il revisore delle mie traduzioni, mi ha portato a capire che nella traduzione tecnico-scientifica avrei potuto coniugare l’amore per la scrittura e le lingue con la passione per la ricerca e la tecnologia.

E così è stato.

Oggi mi capita di conoscere persone nuove che mi chiedono che lavoro faccio. Quando rispondo “la traduttrice”, il più delle volte mi dicono: “Ah, bello. E che libri traduci?”. Intuisco un moto di delusione quando preciso che non mi occupo di letteratura ma di traduzioni tecniche. E mi rendo conto che molti hanno del traduttore una visione un po’ romantica e irrealistica, pensandolo come colui che trascorre il tempo traducendo alta letteratura, frequentando circoli letterari e disquisendo su scelte terminologiche con scrittori e poeti.

In realtà il mercato è fatto in larga misura dalla traduzione di testi tecnici, che pur non avendo alcuna velleità artistica, rappresentano un’area tanto vasta quanto delicata.

Tradurre accuratamente un testo tecnico presuppone una profonda conoscenza del settore al quale questo fa riferimento, nonché una notevole familiarità con il linguaggio tecnico e le convenzioni testuali che lo contraddistinguono.

La corretta traduzione della documentazione tecnica è un fattore determinante per il successo di un cliente.

Ma c’è di più: una traduzione errata può produrre danni incalcolabili, finanche mettere a rischio l’incolumità di quanti utilizzano una macchina o un dispositivo, per esempio, o degli operatori che su quella macchina ci lavorano.

Credo fermamente che la traduzione tecnica meriti di essere affidata solo a traduttori esperti. In caso contrario, il rischio di fallire sarebbe troppo alto.

Esistono tanti tipi di traduzione, e tante sono le abilità e le conoscenze richieste per ogni campo specifico.

Poiché non è scontato essere in grado di coprire tutte le tipologie allo stesso modo, la caratteristica che ritengo fondamentale per un traduttore è quella di possedere una mente che non smette mai di aprirsi al mondo, sempre pronta ad apprendere e ad aggiornarsi costantemente.

La prerogativa fondamentale per la traduzione è la conoscenza e la padronanza della lingua straniera, ma occorrono competenze parallele che vanno oltre la mera codifica e ricodifica da una lingua all’altra.

Competenze che non si improvvisano, ma che sono frutto di impegno, studio, fatica, cura, e potrei continuare questo elenco.

Sono grata al mio lavoro. Mi permette di mettere in comunicazione mondi che dialogano attraverso la mia abilità di interpretare e riprodurre la lingua degli autori e dei tecnici, dai quali imparo sempre qualcosa di nuovo ogni volta.

Cosa potrei desiderare di più?

Clara

Con calma e pazienza

Me li ricordo bene i sabato di quando ero bambina.

Mi svegliavo presto la mattina, facevo colazione, indossavo i “vestiti da lavoro”, pronta per andare nel nostro laboratorio. In garage.

Sul pannello, appeso alla parete in fondo, c’erano tutti gli attrezzi: chiavi, cacciaviti, trapano, sega, martelli, saldatore. Quanto mi affascinava il saldatore, mi sembrava uno strumento magico… Chiavi e cacciaviti erano disposti in ordine di grandezza, “così sono più ordinati ed è più facile trovarli”.

Sotto c’era il tavolo da lavoro, lungo come tutta la parete, con le scatole piene di chiodi, viti, dadi, bulloni, perni, rondelle e tutto l’occorrente per i nostri “lavoretti”.

Ci dedicavamo a quello che amavo di più: smontare, aggiustare, rimontare. Il frullatore, la radio, l’aspirapolvere, il giradischi… qualunque cosa apparentemente rotta. Li aprivamo e seguivamo fili, viti e meccanismi per trovare e capire cosa aveva causato il guasto.

Smontavamo, aggiustavamo, rimontavamo, e di nuovo ancora se occorreva, perché non sempre il primo tentativo era risolutivo.

“Ci vogliono calma e pazienza”, mi diceva.

Smontavamo, aggiustavamo, rimontavamo fino a rimettere tutto a posto. In funzione, quasi sempre.

Se non c’erano riparazioni in programma, costruivamo: mobiletti per il bagno o per la cucina, scatole per i giochi o per gli attrezzi. Oppure rimanevo semplicemente a guardare mentre papà controllava il motore dell’auto e il livello dell’olio, puliva le candele o aggiungeva il liquido lavacristalli.

 

Ecco, quando traduco testi tecnici, io sono là, nel nostro laboratorio. Il mio studio non è in garage e non riparo oggetti, ma smonto testi, scritti in inglese o spagnolo, una parola dopo l’altra.

Sulla parete, disposti ordinatamente nella libreria alle mie spalle, ci sono i miei attrezzi: dizionari, glossari, libri e quaderni fitti di appunti sui progetti già consegnati.

Sul mio tavolo da lavoro, la scrivania, tutto l’occorrente per la traduzione: il computer con mouse e tastiera, una penna e un quaderno per annotare eventuali dubbi e la terminologia, i dizionari che mi servono per quello specifico progetto.

Nel testo seguo viti, cavi, meccanismi e ingranaggi per capire come funzionano e perché le cose che sto traducendo, ma anche le frasi e le parole. Quindi rimonto e ricostruisco il testo, parola dopo parola, in italiano.

Smonto, aggiusto e rimonto il testo, finché la traduzione è pronta per la consegna.

Con calma e pazienza, sempre.

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